Aspettando Godot

Di Samuel Beckett

Regia Stefano Naldi

CAST

Vladimir – Ivanoe Privitera

Estragon – Eros Zanchetta

Pozzo – Vincenzo Turiaco

Lucky – Michelangelo Ballardini

Cast creativo

Regia – Stefano Naldi

Assistente di Palco e Regia – Maria Antonietta Bavila

Mixer Audio – Maria Antonietta Bavila

Mixer Luci – Stefano Naldi

Foto di Scena – George Matei

I Cappotti di scena sono realizzati da Marco Ceragioli

Aspettando Godot, dramma volendo anche comico-grottesco, associato al cosiddetto teatro dell’assurdo e costruito intorno alla condizione dell’attesa è un’opera teatrale che venne scritta da Samuel Beckett verso la fine degli anni quaranta. Fu pubblicato in lingua francese nel 1952, cioè dopo la seconda guerra mondiale, in un’epoca post-atomica. La prima rappresentazione si tenne a Parigi nel 1953 al Théâtre de Babylone sotto la regia di Roger Blin, che per l’occasione rivestì anche il ruolo di Pozzo. Nel 1954, Beckett – autore irlandese di nascita – tradusse l’opera in inglese.

Nella cultura popolare Aspettando Godot è divenuto sinonimo di una situazione (spesso esistenziale), in cui si aspetta un avvenimento che dà l’apparenza di essere imminente, ma che nella realtà non accade mai e in cui di solito chi l’attende non fa nulla affinché questo si realizzi (vedi appunto i due barboni protagonisti che si limitano ad aspettare sulla panchina invece di avviarsi incontro a Godot).

La versione che propone ora il regista forlivese Stefano Naldi presentata e prodotta da TDF Teatro Delle Forchette per la quale Naldi è anche Direttore Artistico, rimane solo apparentemente legata ad una versione “tale e quale” al Testo, e infatti abbiamo come da didascalia l’albero di sfondo un tratto di strada i due barboni, il giovane misterioso, il padrone e il servo con tanto di corda che li collega. E una grande luna dietro. Ma poi già al colpo d’occhio ci spostiamo di dimensione, di appartenenza per respiro d’ambiente. E il colpo d’occhio rimanda al Teatro Orientale, in specifico quello giapponese. Per stilizzazione di scenografia e costumi, per sospensione onirico poetica del luogo, per invertire un certo ordine regolare che regolare non è, vedi il trasformare il tratto di strada descritta da Beckett in una strada fatta di erba verde, il che trasforma la strada in un unico luogo ove abitare eliminando tutto il resto possibile. Messo lì a tagliare come un fiume trasversale in diagonale la scena. Il legno grezzo predomina, panchina albero luna tutto fatto con assiti di palcoscenico color bambù, i costumi ondeggiano tra sdruciti abiti da personaggi circensi a consunti ma sempre nobilmente eleganti come palandrani indossati da samurai degni del più polveroso Kurosawa. Come del resto ci racconta il testo, il secondo tempo dovrebbe sembrare una replica in crescita di tensione del primo ma qua la regia ci lancia letteralmente “oltre lo Specchio” con un geniale e semplice escamotage scenografico ma dal forte risultato ribaltante sul tutto. Spesso la critica nel tempo ha dato a Godot una sorta di rappresentanza di un qualche Dio dominante, giocando sulla sonorità del nome, anche se lo stesso Beckett rinnegò da subito questa interpretazione. Ma anche se su di un Testo del Teatro dell’Assurdo pretendere di dare una spiegazione unica è sempre pressoché assurdo più del testo stesso, qua Naldi invece tocca una nota sonora tenuta in sordina nel testo da Beckett ma espressa nella visione registica che porta in scena, dove non è Dio che si aspetta, che non si ricerca, che ci manda a dire arriverò domani, ma il senso Tutto del Divino Naturale delle cose, cogliendo quella visione speculare appunto per la quale guardando da un altro punto di osservazione, ci si accorge che il grande albero presente in scena non è lì solo a far da sfondo e come da testo a mostrare il tempo che passa, bensì a dimostrare che il miracolo sta proprio li, in quei legni, in quelle foglie, qua non più foglie ma lame di luce d’eterna energia, che in quello stesso tappeto d’erba che ci mostrano di come il Tempo Immortale divenga infinitamente superiore a qualsiasi durata dell’umana esistenza. Una filosofia molto più orientale che occidentale, e infatti quel che appare all’apertura sipario altro non è che un giardino zen a misura d’uomo. E li Stefano Naldi, ci mostra, posso affermare in realtà per la seconda volta, una sua rara visione registica intimistica e assai lontana dal suo stile solitamente musicale e acrobatico, fatto di grandi musiche suoni e grandi movimenti sia d’attore che di elementi di scena. Mi riferisco alla sua prima Regia, affrontata con grande passione e ancora poco mestiere poco più che diciottenne, che fu infatti una sua versione adattamento de “M.Butterfly” e per chi lo vide e lo ricorda, sarà incredibile ritrovare quel “respiro intimo” da adolescente in questa odierna Regia assolutamente matura e consapevole. Un cerchio nella vita e nella carriera di Naldi, che pare si sia appena ritrovato e concluso, ma, come appunto ci raccontano i personaggi di Godot, per giusto per cominciarne un altro a venire e a continuare. Un lavoro di messa in scena regia e ideazione scene e costumi apparentemente senza le mille riletture alle quali Naldi ci ha abituato di sé, in realtà presenti ma richieste in maniera diversa e affidate a quattro Interpreti incredibilmente adatti e perfetti per i Ruoli. E come successe “agli inizi del cerchio” quando Naldi lasciò ai due soli interpreti tutta la responsabilità del tenere il tutto senza appoggi registici eclatanti, eccoci ancora a quel punto, dove ai suddetti attori viene data la terribile ma impareggiabile responsabilità di “mostrare Testo e Sottotesto “ attraverso soprattutto tramite la loro Arte ed Esperienza di palco. Come del resto ogni Attore che si rispetti dovrebbe essere in grado di fare.

Una prova di grande Maturità, questo “Aspettando Godot” sia da parte quindi di Regia come di Attorialità, che fanno di questo lavoro un ulteriore passo importante in avanti tra i tanti ai quali il Teatro delle Forchette ci hanno abituati da 25 anni (quest’anno) ad oggi.

E aggiungo, in ultimo, un sottilissimo omaggio da parte di Naldi anche a Fellini, quello dei sogni quello del circo e quello della malinconia di un “mi ricordo” mai perduto ma conservato da sempre nel cuore eterno di adolescente.