EVA PERON

da Copì / Regia - Massimiliano Bolcioni

Teatro delle Forchette

Eva Peron di Copì è un testo feroce, aggressivo, spietatamente autodistruttivo e proprio per questo orribile. Appare in prima maniera come un chiaro attacco al mito tutto argentino di Evita eroina del popolo, ma poi subito dilaga fagocitando masticando e vomitando torbidi refoli appartenenti ad ogni forma di potere politico assoluto, senza distinzioni di colore; ecco così delitti e segreti gridati o sibilati da Eva e sua Madre, assorbite da una attonita ma tutt’altro che vacua infermiera, osservate da un male politico antico come il mondo, Peron, che preferisce fingersi cieco, sordo e muto evocando un passato di ricordi probabilmente inventati… e tra il tutto un’anima occulta, una eminenza grigia, che forse ama, che forse odia, che forse non esiste neppure, essendo una parte di Evita stessa: Ibiza.

Intanto grazie a tutto ciò assistiamo ad una morte annunciata, preconfezionata per scopi politici, impacchettata ed imbalsamata per i  posteri a futura gloria di Evita, madre degli umili e dei descamisados.

Eppure, respirandolo, il testo, anziché solo osservarlo o ascoltarlo, ci si accorge che non c’è odio o rancore nei confronti di Evita, ma su tutto si infiltra una polvere di rimpianto per l’essere umano, la bambina mai cresciuta o mai esistita, la donna perduta dentro il proprio mito e relative sfaccettature, incastrata da e in un gioco di potere politicamente auto costruito con tale maestria da originare una situazione culmine di omicidio-suicidio, necessaria per la creazione e conferma di un mito quale è divenuto storicamente quello di Evita.

Copì, omosessuale fuorilegge, “drag queen” per gioco e per esigenza, si costruisce una bambola tutta sua, la chiama Evita, la veste e soprattutto la riveste riempiendole la scena e la vita di abiti costosi, di gioielli, di pellicce, di bauli numerati, di siringhe piene di liquido che si dice per curare il cancro…

Copì era, come la maggior parte degli artisti veri, un acuto osservatore del mondo, un frequentatore attivo della giungla e di tutti i suoi recessi; e di questo ci è morto. Stroncato dall’AIDS.

Anche questa una morte annunciata.

Per quanto mi riguarda, invece, io la scena a Evita la svuoto, lasciandola sola a fronteggiare se stessa al balcone, regista e spettatrice furiosa della propria vulnerabilità carnale e del proprio mito intoccabile.

E non lascio che la sua furia o costernazione si esprimano tramite la scurrilità verbale presente nel testo, sconvolgente trent’anni fa ma del tutto inutile oggi; preferisco invece inorridire per il simbolo incongruente che rappresenta, trasformata in una sepolta viva tutt’ oggi ad oltre cinquant’anni dalla sua morte.

La volgarità e la precaria improvvisazione del testo originale, che non richiederebbe certo grandi interpreti essendo pensato ovviamente e volutamente per “ finocchi vestiti da donne “ che scheccano sguaiatamente sulla scena, diviene qui rappresentazione volontaria del relativo, del gesto abbozzato, iniziato ma non definito, sporco, dove tutto sembra una cosa e invece non lo è, fino a trasformarsi in inconclusa danza pretenziosa eseguita da chi danzatore si finge solamente.

Copì giocava con la seta, il palco, le parrucche e la disperazione e l’ironia volgare, io gioco con le tecniche, ibridate, mescolate, confuse, come gli stessi bauli e armadi colmi  di  tutto e di niente citati nel testo.

Con la malinconia e la violenza del tango, che tutto sporca e tutto travolge, fino a divenire finale danza di morte e sopruso sociale, dove politici ipocriti cosparsi di merda e di incenso proclamano santa la loro martire lasciando solamente che l’unico a poter gridare l’orrore che da sempre accompagna tutto ciò sia l’idiota che non se ne rende conto, lobotomizzato dalla visione di un abito, un simbolo di partito politico, una parure di Cartier, un sesso pur che sia e soprattutto un dio qualunque che se ne frega.

Massimiliano Bolcioni

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