UN TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO

Regia - Massimiliano Bolcioni

di Tennesee Williams

UN TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO

di Tennessee Williams

Regia Massimiliano Bolcioni

 

SPETTACOLO VINCITORE:

  • Primo Premio Giuria Giovani Città di Monza 2001
  • Premio “Grifo d’Argento”- Miglior allestimento - Festival Nazionale di teatro ad Acquaviva di Montepulciano (SI)

  • Primo premio - Migliore regia e miglior attore protagonista - Festival “STORIE DI PAESE” 2003– Tegoleto (AR)

     

    Non è semplice affrontare un testo conosciuto come " Un tram che si chiama  Desiderio " di Tennessee Williams, leggerlo, addentrarsi tra dialoghi, frasi, singole parole e poi trasporlo in scena. Illustri e numerosi sono i paragoni, sia per adattamenti cinematografici che per versioni in prosa e relative riletture registiche in entrambi i campi. Come elemento di paragone per una visione presumibilmente più coerente all'idea di messa in scena dell'autore stesso, la versione cinematografica del 1951 diretta da Elia Kazan rimane sicuramente quella più attendibile se si considera che lo stesso Williams ne curò  sceneggiatura e adattamento, oltre al fatto che regista e cast, ad eccezione di Vivien Leigh, erano gli stessi del debutto teatrale a New York. Questa volta, il regista Massimiliano Bolcioni non parte in primis dal testo, ma arriva allo stesso analizzando Tennessee Williams, la vita, il ruolo sociale, l'omosessualità dichiarata, i pettegolezzi che lo riguardarono... e quella sorella che tanto simile a Blanche terminò i suoi giorni al manicomio distrutta dall'amore e dall'alcool, lobotomizzata per volere della madre stessa. E sarà proprio la sorella ad ispirargli il personaggio principale, le atmosfere e conseguentemente la trama per "Un tram che si chiama Desiderio", una sorta di doveroso omaggio-terapia verso una persona così tanto vicina a lui, oltre che un atto d'accusa verso tutti gli "Stanley Kowalsky" distruttori d'amore e   spacciatori di sesso che si aggirano per le strade e i bar del mondo, senza che si riesca, comunque, a non subirne il fascino morboso che selvaggiamente emanano. Fascino che lo stesso Williams decine di volte subì, compreso quello verso un giovanissimo e sconosciuto Marlon Brando al quale cedette nonostante una iniziale intolleranza trasformata ben presto nella creazione di un personaggio a doc scritto appositamente per lui e per il suo debutto da giardiniere tuttofare ad attore teatrale, che servirà a spalancargli le porte per quelli che sono poi divenuti l'inconfondibile stile e la sua nota carriera. Tornando a Bolcioni, questa volta và a cercare quella parte di Blanche che non solo appartiene a Williams, ma che "è" Williams, e attraverso una operazione di analisi tecnica e laboratorio emozionale approfondito compiuto all'interno del testo stesso, ognuno degli attori del cast ricerca all'interno del proprio essere il personaggio da interpretare, che, come Bolcioni da anni insegna, convive già in noi sepolto nella memoria genetica appartenente a Mito e Tragedia, per  evocarlo, conoscerlo e prestandogli anima e corpo renderlo così manifestazione evidente per la durata scenica dell'Evento. Ecco quindi, che valori diversi per ognuno dei personaggi e per l'evento che li coinvolge emergono dal testo. La negazione di Blanche diviene molto più violenta e la sua tragedia non è più data solo dalla perdita d'amore, ma dal   rifiuto totale di una parte di se stessa, che emerse un tempo, per pochi attimi ma sufficienti a renderla identica a Stanley, priva cioè, di qualsiasi rispetto verso il prossimo e attenta solo alle proprie esigenze ed egoismi. E tale rifiuto diviene un cancro spirituale, che simile ad una nera chiazza d'olio dilaga da lei fino ad imbrattare il resto, confusa visione di una pazzia non più  privata ma sociale, pubblica, dove ognuno è malato e medico di sé stesso contemporaneamente.

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