PETER PAN, e i bambini perduti

da Barry - adattamento e Regia Stefano Naldi

SPETTACOLO VINCITORE DEL PRIMO PREMIO - FESTIVAL TITANIA 2008 - Repubblica di san Marino

Cominciamo chiudendo gli occhi e cercando di ricordare istinti, abitudini e giochi della nostra infanzia, ma non solo quella innocente e scanzonata, anche quella crudele, piena di paure, di prepotenze, e soprattutto di fantasie senza limiti, anche quelle più sbagliate.

Un tema che da sempre mi affascina ed accompagna il mio iter registico: il gioco, l’infanzia e la magia, giungendo a quella massima del teatro, dove anche un palcoscenico vuoto può diventare un’affollata città.

Non c’è bisogno di chiedersi perché dopo varie esperienze registiche, riapro il secondo capitolo della mia creatività con un testo come Peter Pan: quale testo meglio di questo può incarnare il sogno o meglio l’IDEA!

In un mondo pieno di presupposti e presuntuose personalità ed eventi, dove chiunque pensa di essere un grande regista o attore, scenografo… (ma grande rispetto a cosa?, non esiste un grande, esiste il giusto, cioè colui che percorre con coerenza un percorso e soprattutto rispetta un pubblico, regalando di volta in volta qualcosa di diverso: il sogno, l’idea, appunto).

Intendo ribadire un concetto fondamentale del mio modo di intendere e fare teatro: la semplicità, poiché non c’è nulla di più efficace di un semplice lenzuolo e due coperte, che, come fanno proprio i bambini, diventano la fantomatica capannina, che protegge dall’esterno e mantiene il focolare di una famiglia inventata, e non si sa con quale criterio si termina facendone la madre o il padre.

Ho scritto “facendo” e non “facendo finta”, perché: dov’è che comincia e dov’è che termina il fare per finta o il fare per davvero, specie nei bambini (ed anche nei grandi, dico io); pensiamo al detto “la verità si dice scherzando”, che è vero per gli adulti, ma per i bambini, direi, “la verità si dice giocando”.

Passiamo poi al rovescio della medaglia, dove oltre a questo aspetto giocoso, ma allo stesso tempo crudelmente reale, si nasconde la pura realtà dei bambini, creature che crescono e vivono immerse in timori e paure, di ciò che è giusto o sbagliato, di cosa fa bene e cosa male, e spesso di fattori esterni imposti, che un bambino non fa altro che assimilare, produrre e moltiplicare, creando una realtà fatta proprio di questo.

Pensiamo all’Uomo Nero (come anche al banale Babbo Natale e tanti altri…), imposto dai grandi, tanto da avvolgere e convincere un bambino, e che dopo tanto tempo proprio gli adulti obbligano a riconoscere che non esiste affatto.

In un mondo fatto di contrasti e contrari di tutto e tutti ed del tutto plausibili, mi immergo nei panni di Barrie e penso: l’uomo nero esiste, eccome!, e quello più forte è quello creato dal bambino più piccolo, come lo stesso autore dice: “…obbligano i bambini più piccoli a fare Uncino”

E continuo regalando alcuni punti da cui sono partito per comporre questo lavoro:

La prima volta che vediamo Peter Pan, vediamo un bambino alla ricerca della propria ombra, perché? E’ solamente l’immagine di un bambino alla ricerca della propria identità, e tutti sappiamo quanto quest’ultima si formi e prenda forma proprio nella crescita mentre Peter Pan è sinonimo di colui che vuole restare bambino; oppure dobbiamo andare ancora più indietro e pensare a quei miti privati d’ombra e non cito a caso vampiri, spiriti, e patti col demonio.

Lascio al pubblico la sentenza.

Uncino ammette “…tutti i bambini mi odiano…” come Michael, il più piccolo del testo ammette: “…nessuno mi vuole…” e c’è chi fra i bambini denuncia: “… non credo proprio che Michael mi lascerà fare il bambino piccolo…” ed ancora tante altre battute che si incrociano e che invito a cogliere e vivere.

E cosa dire alla fine proprio del mito, forse conosciuto da tutti, Peter Pan e del suo famoso nemico Capitan Uncino, ma poi veramente nemico? Oppure lati opposti di un gioco al massacro degno de

“Il Signore delle Mosche”, dato che Peter stesso consegna i bambini troppo cresciuti ad Uncino perché vengano soppressi come animali; a questo punto mi trovo a considerare che anche i Pirati sono in realtà bambini, solo che a differenza di quelli Perduti, sono bambini nel corpo di un adulto, poiché anche nell’Isola che Non C’è si cresce, almeno fisicamente, senza esclusione alcuna, tanto che alla fine, una volta consegnato Uncino all’inesorabile Coccodrillo, il pubblico ha la certezza che per un attimo Peter sia in grado di sostituire Uncino.

Quindi anche Peter può crescere, almeno fisicamente, o forse è meglio non pensarlo.

D'altronde Peter stesso per sua ammissione non si ritiene una creatura fantastica, questo lo lasciamo fare all’immaginario collettivo, ma un bambino come tanti altri… Le regole sono inesorabili per tutti, come specifica Barrie: “…tutti i bambini devono crescere…” ed ancora “…un giorno l’orologio si fermerà ed il coccodrillo ti acchiapperà…”, e penso sia oramai riconosciuto da tutti che quel Coccodrillo rappresenta il tempo che passa inesorabile, e che “ vivere… e morire… possono essere una meravigliosa avventura…”.

E’ un gioco di cambi e scambi di ruoli, maschere e di status sociali, un’inesorabile metafora di quel che è la vita: un giorno siamo “così”, il giorno dopo non si sa… ecco allora che torno all’inizio del mio discorso: non si può avere certezza di nulla.

Non è un concetto disilluso, quello che voglio esprimere, ma molto più ampio, che prende spunto da quello che un bambino voleva fare da grande e cosa effettivamente si trova a fare una volta cresciuto.

Io non ho tradito ciò che facevo o a cui giocavo da bambino, e con estremo coraggio ammetto che questo è proprio quello che volevo: mi sento di ammettere che non ho tradito il mio personale Peter Pan, ed in quel che faccio mi piace fare giocare quel pubblico sperduto secondo le regole della mia “Terra del Mai”: un palcoscenico.

Non cerchiamo plausibilità e riferimenti reali in quel che vediamo, crediamoci e basta:

“Regola numero 1: tutti i personaggi, che si tratti di adulti o di pargoletti,

devono fregiarsi di una visione infantile della vita come del loro unico pregio.

Se non possono evitare di sentirsi buffi, è meglio che se ne vadano.

Un buon motto per tutti potrebbe essere: “Solo questo, ed è già molto!”,

perché come potremo mai salvare le fate se non siamo pronti, senza alcun esito a gridare:

“IO CREDO NELLE FATE, LO GIURO, LOGIURO!”

… se è così urlatelo anche voi assieme al vostro Peter Pan, e forse una piccola luce si accenderà anche dentro ognuno di voi.

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