CATERINA SFORZA

di Sem Benelli - regia Massimiliano Bolcioni

Per evidenziare l’importanza storica e il mito legato alla persona e all’immagine di Caterina Sforza basterebbe ricordare che già all’epoca, quando la contessa era al massimo del suo splendore sia fisico che politico, esistevano già in tutta Europa ben ottanta biografie sulla sua vita e sulle sue gesta, oltre a innumerevoli odi poetiche, sonetti canzoni ritratti e via di seguito. Partendo da studi riguardo al controverso ritratto “ La dama dei gelsomini “ conservato a Forlì alla Pinacoteca Civica, recenti interessanti teorie accostano la Signora di Forlì al grande Leonardo da Vinci. Magdalene Soest ha rilevato infatti forti analogie tra il soggetto di questo ritratto e la Gioconda di Leonardo, ipotizzando che la cosiddetta Monna Lisa possa essere in realtà la raffigurazione in età matura della moglie di Girolamo Riario, ovvero Caterina Sforza. Inoltre entrambi erano alchimisti, inventori di ricette mediche estetiche ed erboriste, e sono riscontrabili nelle biografie di entrambi molti punti in comune e di incontro. Eppure di tutto ciò non si trova riscontro alcuno, e questo sta insospettendo storici e ricercatori, mentre riguardo a Caterina la stessa storia Italiana non la ricorda e appena la cita. Neppure la città che ne vide la gloria e la caduta, la elenca tra le materie d’insegnamento per le scuole. Ma quest’ultimo fatto non stupisce considerata la grama figura che Forlì le sue nobili famiglie e il popolo stesso dimostrarono cedendo la città ai francesi e al Duca Valentino senza combattere, rimanendo così fedeli alla tradizionale assenza di ideali, di spirito comunitario e collaborativo e soprattutto di valori animistico culturali che da secoli accompagna la storia di questa città. Incredibile controsenso se si pensa che di personaggi creativi, politici, idealisti e quant’altri ne ha sfornati e ne riuscirebbe a sfornare tutt’ora. Quindi, nel momento in cui mi trovo ad affrontare l’idea di un testo teatrale dedicato a Caterina Sforza sorge ovvia una ricerca sul soggetto protagonista, che oggigiorno, grazie ad internet unito alle buone antiche biblioteche, rivela un vasto e insospettato interesse sulla Signora di Forlì da parte soprattutto di Inghilterra e Germania, e molto, molto meno da parte Italiana. Di recente e di serio, per quanto riguarda l’argomento “ Cosa ci dice di già esistente e pressoché contemporaneo il mondo dello spettacolo su Caterina Sforza, parlando fondamentalmente di testi completi o drammi storici?”, il teatro ci riporta agli anni 30, con

“ Caterina Sforza “ di Sem Benelli, mentre il cinema al 1959 con il film “ Caterina Sforza, la leonessa di Romagna “ con Virna Lisi e ( aiuto!!!) Raffaella Carrà! E guarda il caso, tratto sempre dal testo teatrale di Benelli. Quindi io da bravo forlivese per madre, etrusco per padre, e soprattutto da autore coscienzioso, visto il poco tempo a disposizione e l’invece incredibile quantità di misteri che avvolgono

Caterina, non mi sono assunto l’onere di creare un testo inedito che risulterebbe raffazzonato o limitato ai semplici eventi storico-cronologici, soprattutto una volta confermato quel che già da decenni la mia mente ed il mio intuito sospettavano: e cioè che Caterina Sforza, Mito vivente al suo tempo omaggiata e studiata dalle maggiori corti d’Europa, e ridotta a figura di contorno se non meno dalla storia attuale, è personaggio sul quale meditare parecchio. Soprattutto su quello che fu il suo concetto chiaramente espresso ed attuato di “ Autonomia personale totale a prescindere dal resto e dal tutto “ che ancora sfugge, nonostante le pie illusioni, vistosamente alla società contemporanea. Quindi, mentre già sono al lavoro per rendere omaggio alla figura di Caterina Sforza con testo degno in futuro prossimo come drammaturgo, ho deciso di proporre come regista coadiuvato da T.D.F, proprio il capolavoro del 1934 in edizione integrale, visto che spesso per commemorazioni o letture o fasulle feste medioevali ( anche se si parlerebbe di rinascimento!), ne vengono spesso letti o messi in scena degli stralci, o più che altro dei “ brandelli” . ( Chiamasi “brandelli” tutte quelle scene che vengono ridotte così da chi non è in grado di rappresentarle degnamente o si accontenta di far poca fatica...). Ovviamente, il testo in questione risente di tutti gli slanci euforici di un periodo dove la donna più all’avanguardia era Clara Calamai a seno nudo nel celebre film “ La cena delle beffe “ diretta dal DeMille italiano, il mitico regista Alessandro Blasetti, ove tuonavano battute oramai entrate nel linguaggio comune quali “ e chi non beve con me peste lo colga! “ soggetto e sceneggiatura dal testo teatrale di ...Sem Benelli! Quindi, leggendo il frasario e il tono generale dei ruoli, non posso che pensare a uno stilema interpretativo degno di Francesca Bertini, o Doris Duranti, con qualche intervento di Gino Cervi e Luisa Ferida presi di peso da “ La corona di Ferro “ una volta passati sotto il frustino sadomaso di Blasetti. Oppure, se ci aggiorniamo ad oggi, alle tipologie interpretative di Nobildonne e Madri Superiore che spesso e per fortuna il Divino Monellaccio del teatro contemporaneo, Paolo Poli, ci elargisce dai palcoscenici italiani. Rimandando a presto quindi una visione di Caterina contemporanea, analizzata soprattutto nella sua identità privata e profonda, proponiamo stavolta i fatti e l’esteriorità della faccenda sicuri che uno sguardo ad un dramma o tragedia che fu, filtrato dal “ clamoroso “ di uno sguardo anni trenta, ci faccia, per questa volta, forse meditare di meno ma di sicuro divertire di più.

 

MASSIMILIANO BOLCIONI

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