TRE BAMBOLE DI PEZZA

Testo e Regia Stefano Naldi

TRE BAMBOLE DI PEZZA è una vetrina; la vetrina di un negozio che espone bambole inanimate pronte ad essere agite da qualcuno. Tre bambole di pezza esposte in una vetrina e tre vite che vivono in un appartamento: Roberto, Michela e Andrea, quasi coetanei e tutti così diversi per sogni, abitudini, sentimenti, abitudini sessuali, ma simili in un unico aspetto: sono tutti e tre in attesa, ma nessuno di loro sa di cosa...In una notte di Natale, che nel sentimento comune esprime gioia e altruismo, abbiamo invece tre ragazzi che egoisticamente restano chiusi dentro un appartamento. Un susseguirsi di comprensioni e incomprensioni legate ai propri sentimenti e sconvolti dalla spietata decisione di parlarne, a volte troppo... Una tragicomica situazione di amori detti e non detti, un ideale triangolo amoroso che mai andrà a termine, per paura, o per abitudine. L’apparente tono da commedia americana con ambientazione tipica “da interno”, vedi l’appartamento entro il quale i tre personaggi vivono la loro situazione, nasconde in realtà “interni” ben diversi, da ricercare proprio nelle situazioni emozionali vissute e trame narrate. E’ vero che si parla di storie d’amore complicate e a loro modo divertenti, ma è forse più vero che si tratta qui non di quello che i tre personaggi potrebbero ottenere l’un dall’altro dalla loro volontà di convivenza, ma di quello che non potranno mai ottenere dalla loro prigionia obbligata; e dietro l’apparire divertito, l’analizzare, dai comportamenti e dalle interpretazioni, il loro ruolo, come per altro dice il titolo, di bambole dietro una vetrina, immobili in attesa d’esser comprate e agite da qualcuno. Senza trascurare assolutamente l’aspra verità del fatto che in realtà sono già in una “casa di bambola” e che il destino agisce per loro. Ecco così, che non abbiamo solamente amori impossibili, ma ruoli nella vita loro negati o meglio autonegatisi. Dietro l’aspetto di tre amici quasi coetanei, aleggia lo spettro d’una famiglia mancata, e dei rispettivi ruoli di padre madre e figlio, con le tipiche componenti emozionali che tale ruolo nascosto e represso richiede. Rimane una insoddisfazione dolce-amara, che crea vuoto e confusione, rabbia e tenerezza. Nonché complicità nel latente gioco al massacro che qui e la affiora nel testo. Nel gioco Pirandelliano della maschera, vediamo le loro vere identità proprio quando sono soli e isolati, o in cucina o nel pianerottolo in cima alle scale, senza uno scopo e un motivo, mentre in “scena”, vedi salotto, interpretano quei ruoli che necessita interpretare per ridere o sorridere della vita riuscendo così meglio a dimenticare, e ricacciare la paura nel profondo. Almeno, per non sentirsi soli, e avere qualcuno, chiunque sia, con cui affacciarsi alla finestra ed osservare la neve che cade piano piano. Non mi sono imposto di provocare, ne di sconvolgere, ma di realizzare qualcosa di elegante, raffinato, e al tempo stesso quotidiano e molto vicino alla vita di tutti i giorni. Uno spettacolo in cui chiunque possa riconoscersi nel rincorrersi di emozioni e sentimenti a volte talmente banali da essere dimenticati, e allora perché non ripescarli? A tutto questo ho posto alcuni ostacoli scenografici e registici di modo che il pubblico non debba cadere in trappola come in realtà sono i personaggi della vicenda: chiusi in una casa sintetizzata da linee rette dalla quale non riusciranno mai ad uscire per loro volontà o meno (e non intendo chiarire questo punto, sta al pubblico dare la propria interpretazione), e da vicende esterne regolarmente scandite da proiezioni che ricordano costantemente che si sta facendo finta, o almeno così sembra! Sottile limite fra realtà e palcoscenico, fra interpreti e personaggi, fra regista e autore; ad ognuno la possibilità di cogliere oltre i simboli della neve, di un albero di natale, di una finestra, di una mela, di un analgesico, di una tazza di tè, di un paio di cuffie da stereo, di un poster cinematografico, di un paio di scarpe, di una tavoletta di cioccolato e tanti altri… luoghi comuni che assumono significato, sempre che ve ne siano! E allo stesso tempo sottile limite fra ricordi e vita realmente vissuta, fra rimpianti e rimorsi, fra silenzi e silenzi. E dopo tutto non rimane che un sottile strato di neve che ricopre ogni sensazione ed emozione ricordata che col tempo verrà dimenticata o modificata a proprio piacimento, poiché come nella vita, si fa tanto presto a dimenticare. Nel grande gioco della negazione spietata, utile molla per potersi rialzare dal fondo e ripartire, presento uno spezzato di vita in una situazione assurda, e dedico alcune battute del testo a chi in seduto in sala aspetta che si apra il sipario:

 

“…ci sono alcuni freddi durante i quali è sempre meglio starsene in casa…”

 

“… mi sono sempre chiesta che effetto facesse avere un enorme pacco regalo,

confezionato con cura, bellissimo da vedere, aprirlo e scoprire che è vuoto!”

 

“… migliore amico?…non dire certe cose, finisci per crederci per davvero poi un bel giorno ti stanchi di esserlo..”

 

“.. il silenzio è uno dei sentimenti più grandi, ma a volte ne è anche l’assenza totale!”

 

“L’insoddisfazione è una potente molla, non un utile freno.”

 

“L’aria che respiriamo è piena di pagliuzze che si infiltrano fino a fermare tutti gli ingranaggi;

le pagliuzze dell’insoddisfazione, le chiamerei, che ti impediscono di assaggiare tutto ciò che la gola comanda!”