ROMEO E GIULIETTA

da W.Shakespeare - Regia Stefano Naldi

Teatro delle Forchette

Spettacolo partecipante al Mediterranean Youth Festival 2005 Tunisi

Un Rinascimento tutt’altro che luminoso è quello dove Stefano Naldi immerge i due storici innamorati; un ambiente oscuro, pericoloso, guerresco, dove le passioni e i sentimenti diventano violenza morale e fisica, sospetto, intrigo. Un taglio di regia da montaggio cinematografico, dove la teatralità è esclusiva del linguaggio Shakespeareano originale, mentre il resto diviene visione filmica, a campi e controcampi, a tagli temporali o ancor più a schermo multiplo, dove in una stessa inquadratura si possono seguire azioni contemporanee in luoghi diversi. “ In una galassia lontana lontana…” si potrebbe dire, la follia impetuosa che l’amore adolescenziale frettoloso, impulsivo, fatto di gesti non meditati dalle conseguenze tragiche, conduce Romeo e Giulietta a inseguire il loro destino di morte e amore, viene spiato, commentato e scoperto di volta in volta da un Frate Lorenzo  solitario lettore in scena del testo, divenuto il libro di una “ Storia infinita “ che cifrata da Shakespeare, ci parla dell’eterno dilemma che la parola Amore da sempre racchiude in se. Soprattutto se vissuta in un momento dove a chi la vive pare che il tempo sfugga, non basti mai, e l’immagine di un futuro di persone adulte destinate al tramonto terrorizzi fino al punto di escluderla fino ad entrare in contrasto aperto con chi la rappresenta. E per Naldi, tale figura diviene unica, rappresentativa di un adulto Matriarcale che racchiude in se tutti i genitori o gli adulti presenti nel testo. Ed è proprio da questo ancestrale terrore, che emerge la Regina Aliena, come dalle viscere dell’astronave Nostromo, o dal laboratorio del dottor Frankenstein. All’apparire della Signora Capuleti, torna alla mente a chi ricorda il famoso film di James Whale “ La moglie di Frankenstein”, la storica esclamazione “ She’s alive!”, Lei è viva! Un essere d’altri mondi, polimorfico, che riesce, cosa rarissima in teatro, ad unificare interprete e personaggio in un unico estetico, icona visiva immediata del proprio Essere Assoluto. Come spesso accade, il ponte tra le due dimensioni, quella giovanile e quella adulta, diviene in questo caso un ibrido, rappresentato dalla Nutrice, unica nota grottesca voluta dalla regia così come nel testo originale, qui . Una vistosissima finta donna che nasconde l’adulto mascolino dietro un atteggiamento feminino esageratamente e volutamente sciocco, teso forse a nascondere verità terribili. Come suggerisce Naldi, infatti, leggendo attentamente il testo soprattutto in lingua originale, vi è presente più di un punto indicativo del fatto che la vera madre di Giulietta possa essere in realtà la Balia…Vari e potenti momenti rendono particolare questa messa in scena, a partire dalla assoluta mancanza di locazione storico temporale, come l’assistere improvvisamente ad un tuffo da un presente militaresco ad una festa rinascimentale, fino ovviamente al pathos della morte finale in una cripta allusa, colma di morte e di spettri, ove respiri di morte si confondono con ansiti d’amore. Ma su tutti un momento colpisce il cuore soprattutto dei più giovani tra il pubblico; quando i due giovani innamorati, nella famosa scena del balcone, riescono ad esprimere il loro amore scrivendo i nomi l’un dell’altra su due nere e alte pareti che li dividono, nella vita come nel sogno, con bianche strisce di nastro adesivo strappate con rabbia. Un gesto che racchiude in sé la drammatica impossibilità di amare veramente, e soprattutto l’illusione di aver lasciato un segno tangibile nel tempo, a riprova che quell’amore sia esistito veramente. Ma l’amore, dice Naldi con parole di Shakespeare, come la vita, dura il tempo di uno strappo.

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